Castello di Cereseto

Il maniero di Cereseto

Una gita nel Basso Monferrato, percorrendo la strada provinciale che unisce Vercelli a Moncalvo, stupisce chiunque quando compare, improvvisamente, il maniero da fiaba di Cereseto.

Molti conoscono la storia della costruzione del castello, al quale Riccardo Gualino (personaggio poliedrico, grande mecenate della cultura e dell’arte) dedicò più di dieci anni, affidando la realizzazione all’architetto Vittorio Tornielli, che s’ispirò a Violet-le-Duc. I lavori per il castello, che sorse davvero grandioso, iniziarono nel 1908. Angelo Morbello, ebanista, progettò e realizzò i pannelli neogotici della balaustra dello scalone centrale. L’inaugurazione avvenne con una grandiosa festa nel settembre 1912.

Castello di Cereseto Monferrato
Castello di Cereseto

In pochi conoscono, invece, il perché della realizzazione di quel castello a Cereseto, vicinissimo a Casale Monferrato, e delle sue vicende artistiche, dal gusto cosmopolita. La moglie di Gualino era casalese, Cesarina Gurgo. Nel 1903, Gualino creò con i parenti della futura moglie la Riccardo Gualino & C., una ditta privata che ebbe un grande successo nell’industria del legname e del cemento, diventando poi Società Anonima con una produzione record a Morano Po di quattrocento mila quintali annui di cemento.

Veduta di Cereseto con il Castello. Dicembre 2021 foto di Roberto Coaloa

Cesarina sposò Riccardo l’8 settembre 1907, a diciassette anni. Cesarina, più giovane del marito, fu la sua musa ispiratrice. Quando il castello fu terminato, diventò per un breve periodo la casa dei ballets russes, ospitando Jessie Boswell, Bella Markman e Vita Gourevitch. La stessa Cesarina Gualino prese lezione di danza e divenne una nuova Isadora Duncan, nastro sulla fronte, così come la dipinse Felice Casorati a Cereseto nel 1922.

Cesarina, difatti, portò il mondo russo di quegli anni, conosciuto anche attraverso i viaggi con il marito nell’Europa orientale, a Cereseto. Al castello, infatti, troviamo un’altra importante testimonianza, questa volta monumentale, di quella sensibilità molto fin de siècle per l’arte della vecchia Russia.

Dalla strada per salire al castello già si nota il monumento di Pietro Canonica, che costituisce anche l’ultimo intervento di Gualino a Cereseto. L’atto ufficiale, legato alla trasformazione del piccolo paese del Monferrato, coincide con il 21 settembre 1924, data dell’inaugurazione del Monumento di Canonica ai Caduti della Prima guerra mondiale del piccolo paese.

Monumento ai caduti
Monumento ai caduti di Pietro Canonica

Il rilievo di bronzo di Canonica (tre metri per quattro) commissionato appunto da Gualino, fu murato alla base del torrione principale del castello. L’opera, che ricorda moltissimo il Tolstoj aratore del pittore Repin, è una replica, in realtà, della base del monumento allo zar Alessandro II, raffigurante l’abolizione della servitù della gleba; un gesto audace, il ricordo della Russia amata da Gualino e la fondazione di una proprietà moderna, condivisa da una comunità di uomini liberi, tra danza, canto, musica e pittura, come avrebbe sognato per molto tempo la sensibile Cesarina.

Quel riferimento allo zar Alessandro II è comunque un rimando chiaro alla figura e al pensiero di Tolstoj, che condivise con quello zar le riforme in Russia e l’apertura delle scuole per i figli dei contadini.

Lo scrittore Tolstoj, dopo i capolavori Guerra e pace e Anna Karenina, aveva affascinato la Belle Époque per l’insegnamento della nonviolenza e del pacifismo, temi centrali del suo pensiero. Tolstoj, con il suo rifiuto di ogni violenza e la proposta della legge dell’amore, segnò le esperienze del Nobel per la pace italiano, Ernesto Teodoro Moneta, e quelle del suo discepolo più famoso, Gandhi. Quel Tolstoj pensatore, in Italia, fu studiato da Edmondo Marcucci, che scrisse Cos’è il vegetarismo e dedicò un saggio, ormai introvabile, alla memoria del padre, Studi su Tolstoi. Quel padre artista, Alessandro Marcucci, che aveva ispirato una delle primissime opere di Balla nel 1911: il bellissimo quadro dedicato a Tolstoj, ritratto accanto a un aratro.

Un Tolstoj, che nell’ambiente di Riccardo e Cesarina Gualino, era davvero à la page.

Il «Ritratto di Leone Tolstoi» di Balla era una provocazione nel 1911. Il pittore torinese era stato invitato a partecipare alla «Mostra dell’Agro Romano» e preferì seguire da vicino l’azione educativa e sanitaria dell’Ente Scuole per i Contadini diretto da Alessandro Marcucci, suo cognato, con Giovanni Cena, Angelo Celli, Sibilla Aleramo, che apporta ai “guitti”, cioè ai contadini, l’alfabetizzazione e i cioccolatini al chinino contro la malaria. È così incaricato di esporre per «Mostra dell’Agro Romano», che si tiene nel maggio-ottobre 1911, nell’ambito delle grandi esposizioni del cinquantenario dell’Unità d’Italia. Balla vi espone una serie di quadri a tema contadino, insieme a un «Ritratto di Leone Tolstoi», morto l’anno precedente. Il quadro, dipinto in un bianco e nero fotografico, propone un’immagine-manifesto come strumento di propaganda e di lotta sociale. Il socialismo umanitario si riconosceva allora nel pacifismo anarchico di Tolstoj. Inoltre, l’immagine di Tolstoj come contadino-anarchico era stata diffusa da centinaia d’immagini, quella più nota era del pittore Repin, che ritraeva lo scrittore con un cavallo e l’aratro. In Italia, invece, quell’immagine di Tolstoj era stata proposta dalle riviste socialiste. Il gesto di Balla, tuttavia, aveva anche un significato anticlericale e polemico, rivolto contro le grandi famiglie romane, come i Barberini, che avevano tentato di chiudere le scuole delle loro terre. Nel 1924, per Gualino, la figura di Tolstoj e il suo significato di libertà erano ancora attuali.

Un viaggio tutto da vivere con i consigli e le dritte dei “locals” che vivono in questo magnifico territorio.

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